Qualche tempo fa, pubblicando gli eventi su facebook, si era in grado di tirar giù qualche numero: se 50 persone hanno detto che parteciperanno, allora il 10 o il 20{718b7fa3b2b592516a932a52f1b28acf350d11f5677499f5852074ec020c39e0} di quelle ci sarà. Ci si può contare.
Non ho mai approfondito la questione, ma so da fonti affidabili che questo genere di calcolo aveva un suo perché.

Con il tempo, le persone hanno acquisito una certa dimestichezza all’interno di facebook. Per quel che riguarda gli eventi, in particolare, ci si è resi conto che dichiarare la propria partecipazione significa in un certo modo fare un favore agli organizzatori: non siamo tutti trend makers, è chiaro, ma cliccando su parteciperò permetto all’evento di apparire sulla home di tutti i miei “amici”.

E’ quindi sembrata una cosa carina a molti, soprattutto a chi ha molti “amici”, partecipare virtualmente alla maggior parte degli eventi.
Con naturalezza e senza premeditazione, si è arrivati ad uno stravolgimento dell’iniziale rapporto tra online e offline.
Chi organizza un evento non può più affidarsi a calcoli come quello citato: di volta in volta, il rapporto tra quanti dichiarano di partecipare e quanti effettivamente partecipano sarà diverso.

Viene quindi da dire che sarebbe meglio sperare che scrivano “parteciperò” solo quelli che effettivamente lo faranno. Anzi, sperare anche che, in caso di cambi di programma, correggano la propria posizione.
E però, la partecipazione virtuale all’evento permette all’organizzatore di avere altre informazioni sul gradimento da parte del pubblico: se qualcuno decide di fare da sponda virtuale alla notizia di un mio concerto, significa che mi giudica positivamente e che vuole partecipare in qualche modo alla diffusione della mia musica.
Pro e contro, quindi, da valutare.

Ma anche qualcosa di più interessante. Perché, forse, continuando a “partecipare virtualmente” all’evento pian piano le persone si sentono come se partecipassero realmente. Questo gesto di complicità e quasi affettuoso nei confronti dell’estensore dell’invito è come li affrancasse da un confronto fisico con l’oggetto della partecipazione. Mi sembra il lato più interessante e, per certi versi, inquietante: è la legittimazione della bugia a fin di bene, in fondo.


Nello stesso tempo, è la riduzione al minimo dello sforzo. Obiettivo, quest’ultimo, che è ben rappresentato da un’altra notevole applicazione recente di facebook, il “Mi piace” in calce ai messaggi degli altri utenti. Prima, non c’era. Ad esempio, nel giorno del mio compleanno, se qualcuno scriveva sulla mia bacheca “auguri paolo”, potevo ignorarlo o rispondere a mia volta con un “grazie”, “grazie caro” o qualunque altra frase mi venisse il mente. Ora, è sufficiente che io clicchi sul Mi piace sotto i suoi auguri e lui saprà che li ho letti e graditi. Clic. E via. Sembra un’applicazione da niente, ma non lo è: equivale a un punto dove, prima, c’erano dei puntini di sospensione. Non favorisce il prosieguo di un dialogo, anzi, lo esclude. Non favorisce nemmeno lo sforzo di pensare ad una frase carina: mi piace. Che c’è di meglio? Cosa devo mettermi a inventare?

La gestione degli eventi e il Mi piace applicato ai commenti sono, a mio parere, una interessante spia di cambiamento. Chi vivrà vedrà.

Pamarasca